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Per raccogliere idee, suggerimenti, lezioni di vita e materiale che possano essere utili a una donna di domani.
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giovedì, 29 maggio 2008
Cara Amelia,

è da tempo immemore che non scrivo qualcosina per te. Oggi, leggendo il blog della tua mamma, ma soprattutto leggendo la meravigliosa favoletta che ha scritto qui, ho trovato l'ispirazione.
Da quando è arrivato Ettore sicuramente sono cambiate tante cose per te: le attenzioni non sono più incentrate su di te e devi dividere mamma e papà con un altro quadrupede.
Con il tempo, anche se ovviamente non sarà effettivamente così, ti capiterà di pensare che i tuoi genitori passino più tempo con Ettore. O che vogliano più bene a lui. O altre sciocchezze simili che balenano sempre nella mente dei primogeniti quando si viene "spodestati".
Ma ti dirò una cosa, Amelia.
Non c'è rapporto più meraviglioso, a parte quello mamma/figlio, di quello che si instaura tra fratelli.
Complicità, nelle piccole come nelle grandi cose. Un inestimabile affetto. Un feeling innato.
Con il passare degli anni scoprirai in Ettore tutti quei lati stupendi che per ovvie ragioni non avrai apprezzato in precedenza.
Scoprirai il piacere di passare del tempo con lui, di condividere con lui esperienze e situazioni.
Io ho un rapporto speciale, con mia sorella. Siamo unite, anche se lontane geograficamente.
Siamo sempre state complici, affiatate. Nelle buone cose, ma anche nelle "marachelle".
Questo non significa che non si litighi, che non ci si tenga il muso. A volte capita anche di avere dei brutti pensieri. Ma questo fa parte della vita, in ogni rapporto, a prescindere dalla sua natura.
Goditi i tuoi anni da bambina, tesoro. Continuerai a tenere il broncio quando magari ti sentirai messa in disparte, continuerai a fare di tutto per attirare l'attenzione ancora per un po'.
Ma poi verrà il tempo in cui riuscirai ad apprezzare appieno la presenza di Ettore, che ora probabilmente ti sembra solo un intruso.
... Capita a tutti.
Ma sono sicura che sarai una meravigliosa sorella maggiore, per lui.
postato da: VaMpIrEttA75 alle ore 18:08 | Link | commenti
mercoledì, 28 maggio 2008
C'era una volta, nel freddo Paese di Orsinia, un principe bellissimo di nome Orsino.
Orsino era talmente orgoglioso della propria bellezza esteriore da pensare che questa fosse l'unica dote degna di essere apprezzata. In pratica, il principe era un vanitoso narciso innamorato delle apparenze.
La sua madrina, la Strega della Neve, era invece una donna capace di vedere soprattutto la bellezza interiore. Orsino però la disprezzava, perché la vedeva sempre più vecchia e brutta.
Allora la Strega della Neve gettò un incantesimo sul principe:
"Principe Orsino, io ti trasformerò in un brutto gatto cisposo e ti manderò in un posto dove il sole, le zanzare e i parassiti ti tormenteranno, rendendoti ancora più brutto e ripugnante.
Se però riuscirai a farti amare e curare da una famiglia per almeno un anno, ritornerai ad essere un bel principe."
Così fu: Orsino passò un'intera estate sotto il sole caldo, tormentato dalle punture di zanzara e di zecca, che si infettavano. Era solo e affamato.
Poi, in un bel giorno di neve, una famiglia lo accolse in casa. Lo sfamò, nonostante lui fosse senza fondo. Gli curò le piaghe e lo fece operare per evitare che i suoi mali si trasformassero in qualcosa di più brutto. Cercò di proteggerlo dal sole, che era veleno per lui. Lo coccolò e condivise con lui ogni aspetto della propria vita.
Quando nacque una bambina, 10 mesi dopo la fortunata adozione, Orsino temette di essere messo da parte. E invece gli umani continuarono ad amarlo e considerarlo, nonostante fossero assai più occupati di prima grazie alla piccola Amelia.
Quell'inverno la neve fu abbondante, e Orsino ogni volta vi affondava felice. All'ultima nevicata, a un anno dall'adozione, incontrò la Strega della Neve, che gli restituì il suo vero aspetto e lo riportò al suo Paese.
Ma, dopo un po' di tempo, Orsino cominciò a soffrire di nostalgia per la famiglia che aveva lasciato laggiù, tra la nebbia e le zanzare. Avrebbe voluto tornare con loro, ma non con l'aspetto di un gatto cisposo.
Allora chiese l'aiuto della Strega della Neve, che così gli parlò:
"Orsino mio, un modo c'è: tornerai nella tua famiglia come un neonato. Ma bada bene: all'inizio sarai brutto, come quando eri un gatto. Solo quando li avrai di nuovo conquistati potrai tornare alla tua vera bellezza e appartenere alla loro famiglia per sempre."
Fu così che la famiglia che aveva accolto il gatto Orsino ebbe un altro bambino e lo chiamò Ettore.
Ettore, nei primi giorni, era brutto e rugoso come uno gnomo da giardino, ma dolce come un micino. A poco a poco, grazie all'amore della sua famiglia, diventò anche bello e allegro. Solo, quando cercava di farsi sentire, miagolava come il gatto che era stato.
Ma questo non turbò per niente né i suoi genitori né i suoi familiari né tantomeno le altre gatte, che riconobbero il loro antico compagno e gli vollero più bene di prima.
postato da: lanterna alle ore 07:47 | Link | commenti (3)
venerdì, 16 maggio 2008
Adesso mi sono un po' rotta le balle.
Sarà che i risultati elettorali mi hanno resa insofferente, sarà che in un certo snobismo intellettuale riconosco la componente di sinistra che probabilmente ci ha fatto perdere le elezioni, sarà che con il mio stesso marito ci ho messo anni per spiegarmi su questo tema.
Il fatto è che io non ci sto (come disse Scalfaro quando era presidente e non riscuoteva certo la mia simpatia).
Non ci sto ad essere considerata una decerebrata incolta solo perché mi piace guardare la TV. E non ci sto nemmeno a sentirmi una madre degenere e disattenta perché mia figlia guarda i cartoni animati e talvolta (orrore!) la Clerici che cucina.
In tutti i libri di puericoltura moderni e/o alternativi, la TV viene demonizzata: non è interattiva, azzera la capacità di pensiero, non favorisce il rapporto con la natura, ecc.
Se poi confessi alle persone sbagliate che guardi un telefilm di pura evasione (che ne so? tipo "Stargate" o "JAG"), subito si immaginano la tua casa piena di schermi e vuota di libri (o, peggio, con i libri finti da arredamento).
Beh, miei cari, non è così.
Sono laureata in Lettere Moderne indirizzo storico-artistico con 110 e lode, sono uscita da uno dei licei classici più duri d'Italia con 55, ho letto "Anna Karenina" e "Delitto e castigo" a 17 anni, leggo in media una ventina di libri all'anno (da quando ho figli, altrimenti prima arrivavo anche a 50) e guardo la televisione.
La guardo senza timore, usandola per quello che è: uno strumento di conoscenza, come Internet o come una rivista.
La TV mi ha dato Lady Oscar e l'intervista di Minoli a Geddaffi, il magnifico "Passepartout" di Daverio e "La prova del cuoco" della Clerici, "La signora in giallo" e le opere liriche a notte fonda, "ER" e "La storia siamo noi", i manga di MTV e RaiEdu. Il Grande Fratello no, non mi è mai piaciuto, ma esattamente come non amo i programmi di Santoro e mi addormentavo al solo sentire Enzo Biagi.
Il mio gusto per la narrativa, anche quella più popolare, mi ha portata a scoprire piccoli telefilm piacevoli e puliti, che da noi andavano in onda a ore improbabili, e ad appassionarmi a storie da appendice come "Smallville", "Roswell", "Lois e Clark" (Lois la faceva una casalinga non ancora disperata), "Dr. House" (che poi è diventato di moda).
Sono sempre stata così: la mia famiglia è sempre stata molto liberale con la TV. Ed ora, se guardo meno TV, è semplicemente colpa del fatto che non ho più molto tempo. Oltre al fatto che la qualità della TV generalista è molto calata, e, se lo dico io, sappiate che parlo con cognizione di causa, perché mi ricordo molto bene i palinsesti di 10 anni fa.
L'uso massiccio di TV non mi ha impedito di sviluppare piuttosto bene il mio cervello e, anzi, oserei dire che mi ha "allenata" a mantenere il filo di una storia e a gestire molto bene piani narrativi paralleli. Soprattutto perché tanta TV era integrata da altre forme narrative e artistiche: libri, musica, arte, danza (questa solo da 6 anni).
Insomma, a 10 anni guardavo sì Lady Oscar, Georgie, i Puffi, Mimì, Mila e Shiro, ecc., ma leggevo anche Salgari e Verne, suonavo (male) il pianoforte e scrivevo storie mie. Eppure, per le pressioni culturali che subivo, mi vergognavo a confessare quante ore trascorrevo davanti alla TV.
Più avanti, ho assimilato il concetto di "contaminazione" tra le varie forme e i vari canali, e non mi sono più trattenuta: ho imparato a considerare valido qualsiasi stimolo, da qualsiasi fonte provenga, perché è sempre meglio saperne di più che di meno.
Da mamma, mi rendo conto che il mio compito consiste nel frenare la voglia di TV di Amelia, anziché assecondarla. Ma mi accorgo anche che la TV, per lei, è un modo per rilassarsi e riposarsi: dopo tutte le attività e i giochi del nido, non sente il bisogno di essere ulteriormente stimolata. Prima di cena, di solito, riusciamo a guardare qualche libro insieme. Ma, all'ora di andare a letto, non mi parrebbe giusto negarle il suo sospirato DVD di Pingu.
Di certo né Amelia né Ettore si ridurranno ad essere delle "patate da divano" dedite solo alla TV e alla Playstation (che non fa parte della nostra realtà). Forse, anzi, impareranno ad avere un rapporto equilibrato con tutti i mezzi di comunicazione, proprio come l'ho sviluppato io. Forse impareranno a gestire una vasta massa di informazioni, catalogandole sulla base delle priorità, come l'ho imparato io: sapere chi è Simona Ventura e che faccia ha non richiede di essere specialisti massmediologi, e può tornare utile durante una festa o un'occasione in cui non ci si ritrovi a parlare di massimi sistemi.
Insomma, non dico che i puericultori debbano inneggiare alla TV, ma penso che verso questo elettrodomestico dovrebbero adottare lo stesso atteggiamento che Marcello Bernardi aveva verso la musica: non gli importava che un bambino ascoltasse Theodorakis o Mozart, i Rollig Stones o Guccini, l'importante era che si trattasse di buona musica.
postato da: lanterna alle ore 10:22 | Link | commenti (4)
martedì, 15 aprile 2008

Cara Amelia,

oggi è un martedì piovoso e infreddolito. Forse anche per questo mi sembra di respirare un'aria ancora insonnolita e incredula, come se non ci fossimo davvero svegliati, questa mattina.

Cara Amelia. Io domenica a votare ci sono andata. Ci sono andata anche abbastanza convinta. Convinta soprattutto che non è vero, proprio no, che sono tutti uguali, e che una posizione, anche se scomoda, è meglio prenderla, e dirsi: almeno ci ho provato. Ho pensato che questa è l'Italia che scegliamo di avere per i prossimi cinque anni.
A me sembrano una vita. Se mi penso tra cinque anni mi sembra di vedere una fughetta tutta diversa, con una vita molto lontana da quella di ora.
Se penso a Te, mi gira la testa! Cinque anni sono moltissimi, per te sono davvero tanti: come sarai grande Amelia, fra cinque anni!
Sarai a scuola, di già. Chissà in che scuola, chissà se avrai ancora compagni di classe ghanesi, albanesi, rumeni come li ha il mio cuginetto Michele o se starai invece in una scuola privata con palestra, piscina, laboratorio di scienze, aula multimediale, insegnante di inglese madrelingua, con un computer su ogni banco. Chissà se dovrai pagare per fare quelle materie che io facevo gratis come educazione musicale, educazione artistica, eccetera. Chissà se vi racconteranno di come un gruppo di eroici patrioti si recò alle sorgenti del Po per raccogliere in un'ampolla le acque del sacro fiume. Chissà se starete ancora a casa il 25 aprile per la festa della Repubblica, o se invece vi lasceranno a casa a febbraio per consentire ai vostri compagni di farsi con comodo la settimana bianca...

Io spero, Amelia. Spero perchè sono ottimista. Spero perchè sono ancora sufficientemente giovane per accettare senza troppa irritazione di sentirmi dire che sono solo una illusa. Ho pensato anche un pochino a te, e a Tommaso, e a Miriam, i "miei" bambini. Cosa vi stiamo preparando?

Tu ricordati che una scelta si può sempre fare. Sempre. Che magari può essere quella sbagliata, che ci si può pentire, che ci si può sentire inutili, ma un'alternativa c'è sempre.

E speriamo che tra cinque anni sia migliore!

Un abbraccio

fughetta confusa

postato da: fughetta alle ore 15:18 | Link | commenti
martedì, 05 febbraio 2008

So tesoro che questo blog è nato per te, ma visto che è nato tuo fratelino lo prendo in prestito per dare una comunicazione di servizio.

Stanotte alle 2.35 è nato Ettore, lungo 49 cm e di 3.3 kg. Ha gia fatto il suo primo regalo alla mamma, un travaglio durato solo 2 ore e mezza. La neo mamma bis e il figlioletto stanno benone e vi saluta!!!

Auguri da famiglia Pulp gatti compresi ai neo genitori bis e a te tesoro che oggi sei diventata la sorella maggiore!!!

 

postato da: lasposaves alle ore 11:21 | Link | commenti (4)
giovedì, 31 gennaio 2008
A me questo libro non rievoca nulla. Né la mia storia né quella di mia madre né addirittura quella di mia nonna. E noi non discendiamo da casate nobiliari illuminate: le nostre origini sono contadine, socialmente ed economicamente infime.
La mia impressione è che la Lombardia, o la Pianura Padana in generale, siano più “avanti” nella gestione della parità rispetto al resto d’Italia. Questo non per una particolare illuminazione della razza padana (lungi da me l’idea di dare qualche appiglio a Bossi o Calderoni), ma per la particolare situazione socioeconomica in cui ci troviamo da secoli.
Da secoli, in Lombardia, la donna produce e porta a casa dei soldi. Lucia Mondella, nel ‘600, lavorava in una filanda, come una qualsiasi operaia del ‘900: Don Rodrigo infatti la nota e la insidia all’uscita dal lavoro. Mia nonna, per fare un paragone meno letterario, ha sempre lavorato per un salario: come mondina o operaia agricola prima di sposarsi, come operaia in un laboratorio farmaceutico da vedova, come cassiera e segretaria nella macelleria del suo secondo marito (mio nonno).
Nei racconti delle donne lombarde, anche anziane, non c’è mai il rammarico di aver avuto troppe femmine, anzi: spesso le femmine lavoravano da nubili, e la più giovane (o la più brutta) veniva educata con l’idea di dover rimanere zitella per accudire i genitori da anziani. Con premesse così, non c’è da stupirsi se spesso la nascita di una femmina veniva vista con favore.
Anche nei rapporti con l’altro sesso, le donne lombarde sono storicamente più libere: qui non c’è l’ossessione dell’onore (= verginità). Sarà perché è da più tempo che le donne lavorano “da pari” accanto agli uomini (il lavoro alla filanda o nei campi non è solo femminile), sarà che abbiamo un carattere più pratico, sarà anche un residuo della cultura barbarica per cui una donna la si sposava solo se incinta (altrimenti poteva rivelarsi sterile, sai che guaio?).
Certo, mia nonna mi racconta episodi di un padre padrone che non voleva che lei uscisse con gli amici, ma si tratta dell’egoismo patologico di un uomo che non ammetteva distrazioni per nessuno dei figli (dovevano pensare solo a lavorare e portargli a casa il salario) e che opprimeva maggiormente la figlia femmina perché la sapeva fisicamente più debole.
Insomma, anche scavando nella tradizione contadina, non trovo storie di magnificazione del maschio e mortificazione della femmina, anzi. E questo si è tradotto nell’educazione di mia madre, che ha fatto l’ITIS e non ha mai giocato con una bambola, ed è uscita di casa senza saper cuocere un uovo.
Nessuno mi ha mai fatto pensare che dovessero esserci particolari differenze tra maschi e femmine. Certo, mia madre si occupava della casa e della cucina, ma lo “giustificava” col fatto che mio padre lavorava 12-15 ore al giorno, mentre lei, da impiegata statale, aveva più tempo.
Io stessa non sono mai stata spinta verso attività di accudimento. Anzi, il primo giocattolo che ricordo è una pista di macchinine della Polystil. Poi ricordo anche le Barbie (che però usavo per mettere in scena storie, non da vestire e pettinare), i peluche, la specchiera e la maglieria magica, ma insieme ai Lego, alle sessioni infinite di disegno, alla macchina a pedali, ai giochi in scatola, ecc.
Ho fatto scelte di studio e professionali che canonicamente vengono definite “da donna”: liceo classico, Lettere, una professione nella comunicazione, e poi un posto da impiegata, fino al fortunato approdo all’impiego statale. Ma questa carriera non mi è stata suggerita in quanto “femminile”, solo in risposta alle mie inclinazioni.
Non ho mai vissuto con l’idea che la mia felicità sarebbe coincisa con l’amore di un uomo e la formazione di una famiglia: semplicemente ho incontrato un uomo che ha fatto sorgere in me questi desideri.
Ed ho generato una donna, che un giorno si interrogherà come me sui condizionamenti a cui è stata sottoposta e probabilmente ne troverà meno di quanti ne sto trovando io. Almeno, lo spero.

Tutta questa spatafiata per dire che le storie di bambine “represse” perché troppo vivaci e “maschili” mi fanno una gran rabbia, ma non posso considerarle parte della mia storia: nessuna delle donne della mia famiglia è stata ridotta alla docilità e alla grazia “femminile”. Forse anche perché, da 3 generazioni, abbiamo sempre cercato compagni abbastanza intelligenti da considerare le nostre peculiarità per quelle che sono, e non come pecche.
postato da: lanterna alle ore 08:59 | Link | commenti (2)
lunedì, 17 dicembre 2007
Cara Amelia,
confesso che covo una segreta speranza che questo post nel 2020 suoni ormai felicemente superato. Mi piacerebbe davvero pensare che la donna che sarai si riterrà fortunata ad essere nata vent'anni dopo di me e poter andare ovunque, sapendo a che ora parte e a che ora arriva.
Ti immagino viaggiare in TGV e percorrere allegramente in un paio d'ore la Milano-Venezia (questo lo promettono già ora!) o scorrazzare su e giù per l'Italia, da Cantù a Ragusa come se nulla fosse, o magari risalire a bordo della Freccia della Laguna (chissà se nel 2020 avranno cambiato i nomi...) e impiegarci meno di dodici ore. A quel punto probabilmente avranno sbucherellato ogni monticello, e sarà più facile percorrere 1000 chilometri che andare a scuola a 20 minuti da casa, ma speriamo in bene. Magari ti basterà andare in stazione certa che nel giro di un quarto d'ora troverai il treno giusto per te.

Se così non fosse, se invece ti trovassi ancora a viaggiare con i miei amati, nonostante tutto, Interregionali, ecco un paio di consigli su cosa non dimenticare assolutamente prima di partire:

1. Ottimismo. Una buona scorta è sempre utile, e la sua diffusione per contagio è eccezionale. Spera sempre, nonostante ogni segnale avverso, la pioggia che diminuisce la visibilità, il freddo che fa gelare i binari, il sole cocente che dilata l'acciaio, la folla che si accalca e non riesce ad entrare, le porte che non si chiudono bene e fischiano di continuo: spera sempre che si tratti di un caso e che in pochissimo tempo si risolverà. A volte funziona.

2. La pazienza. Perchè con questa ti godrai meglio il piacere del viaggio, anche se sei in ritardissimo. Pensa che ormai sei salita, e hai un'ora, due, tre, tutte per te.

3. Buonumore. E' più facile a dirsi che a farsi, soprattutto quando monti in una carrozza scalcinata che qualche ingegnere che di certo non viaggia mai ha progettato perchè la tua valigia di dimensione medio-piccola ma pesantissima (perchè da brava ci hai fatto stare tutto), non stia nè sotto nè dietro il sedile, nè tantomento sulla cappelliera (che forse appunto in virtù del suo nome, ha spazio solo per il berretino di lana). Il buonumorre è essenziale, credimi Amelia, soprattutto se ti trovi in quei bei trenini nuovi dove c'è poco spazio pure per le tue ginocchia e ogni frenata, ogni curva, ogni passeggero sul corridoio, ti fa franare sul vicino: meglio una battuta che un grugnito.

4. Un libro. Spesso aiuta a "staccare la spina" se ti senti a disagio. Magari quando il tuo vicino inveisce contro gli extracomunitari che affollano i treni e tu hai bisogno di concentrarti su altro per non sbuffargli in faccia. Anche un lettore mp3 può fare al caso.

5. Spirito di gruppo. Abbiamo tutti motivi urgentissimi per arrivare dove stiamo andando e ogniqualvolta un guasto blocca il treno su cui viaggi o magari quello prima del tuo, è meglio farsi una chiacchierata e solidarizzare piuttosto che ribadire quanto il tuo impegno sia più importante di quello di chiunque altro, magari informando tutta la carrozza dei tuoi futuri spostamenti mentre lo racconti all'amica al cellulare. Ricordo chiacchierate spiritose con signori attempati che ironizzavano su tutti i possibili guasti e ipotizzavano la gestione del pomeriggio in caso non si fosse ripartiti presto. Dopo i primi momenti di allarme, quando il treno si ferma, vedendo la rassegnazione del vicino spesso si informano gentili ("Ah, succede spesso? Ma davvero lei dice che non ci faranno scendere qui?") e raccontano aneddoti.
Anche il capotreno è nella tua stessa barca, credimi, e ne sa quanto te, anche se si aggira per il binario con una chiave inglese gialla e vistosissima (forse le usano per tranquillizzare i passeggeri?). Inutile inveire contro il controllore che magari ha la tua età ed è di certo l'ultimo responsabile; in compenso si becca le contumelie di tutto il vagone.

6. Una sciarpetta. Come affrontare altrimenti l'aria condizionata? E' sempre a 18° anche ad ottobre e ti pare sempre di sentirtela sul collo, ovunque tu ti sieda. Passare dal caldo torrido alla frescura è piacevole per i primi trenta secondi, poi rimpiangi i treni con il finestrino sempre rotto e la tendina blu che sbatacchia da tutte le parti. Treni in cui ti sentivi un po' più selvaggia, e le tue cervicali ti lasciavano in pace.

Dal finestrino si vedono spettacoli che non incontrerai mai nè in macchina nè a piedi: campi a distesa o case sperse nella nebbia. E tu che ti affacci con il vento tra i capelli e gli occhi chiusi e pensi "potrei andare Ovunque!"
Ricorda che non sai mai chi potrebbe salire alla prossima fermata e sedersi a fianco a te: magari uno scrittore che sta andando a visitare la tomba di Pasolini, o una suora francescana in sandali e maglietta che legge La Casa degli Spiriti, o il più improbabile dei pendolari.
Buon viaggio, Amelia!

Poi, torna a raccontarcelo.
postato da: fughetta alle ore 11:19 | Link | commenti
giovedì, 29 novembre 2007

Cara Amelia,

ieri sera tardi, tornando a casa in macchina, ho messo su un cd di musica orientale che la tua mamma mi ha regalato questa estate. E così mi è venuto da pensare... A come questa danza sia un po' il filo che cuce insieme le nostre vite, i nostri rapporti.

Io e la tua mamma ci siamo conosciute virtualmente grazie ai rispettivi blog, e soprattutto per l'amore che portiamo verso questa danza. Tu e la tua mamma avete trovato un canale di comunicazione davvero speciale, unico, solo vostro: l'amore che la maggior parte delle mamme fa transitare solo ed esclusivamente attraverso il cibo, voi lo fate passare tramite la musica e la danza.

Questa estate, quando eravamo insieme in vacanza, ci siamo ritrovate tutte e tre sul lettone a guardare il dvd del saggio della tua mamma. Il tuo papà e il Boccolone erano in esilio in un'altra camera a giocare, mentre noi ci godevamo il portatile e la sera che entrava dalla finestra aperta.

E quando ieri sera dall'autoradio è partita una delle musiche dello spettacolo visto quella sera, mi sono ritrovata su quel lettone, con te in mezzo a me e alla tua mamma, che canticchiavi la melodia e ripetevi i gesti delle danzatrici.

Un momento tenero e speciale, che mi è tornato in testa e mi ha ricordato quanto questa danza sia un legame potente: tra te e tua mamma, e tra te e tutte le altre donne che la praticano, che la amano. Un filo colorato e robusto che ci unisce... più di tante altre "sorellanze".

Un abbraccio grande grande e stretto, dalla tua Zia Biò.

postato da: bioro76 alle ore 09:06 | Link | commenti (2)
domenica, 25 novembre 2007

Cara Amelia,
è da quando ho ricevuto l’invito della tua mamma a scriverti un consiglio su questo blog, che non faccio che lambiccarmi e arrovellarmi. Cosa potrei raccontarti? Cosa potrei suggerirti? Consigli? Mi sento imbranata, lo ammetto.
 

Infine mi sono decisa: non si tratta di un consiglio vero e proprio, forse più di un augurio. Seguendo un po’ le orme della tua mamma che ti racconta le cose esilaranti e dolcissime che fate insieme, io ti racconto di una esperienza per me splendida, un regalo che farei a tutti.

Cara Amelia, spero proprio che nel 2020 tu abbia l’opportunità di goderti un’opera lirica come quella che mi ha letteralmente acchiappato ieri! Era un “dramma giocoso” di Mozart: il Così Fan Tutte.

Scenografia essenziale ma brillante: un telo dipinto di celeste sullo sfondo, illuminato da dietro, era il cielo e il mare. Su questa scena si muovevano i cantanti in abiti colorati.

Amelia, erano proprio bravi!

Ma la vera ragione per cui mi piacerebbe regalarti una serata così era la magia (c’è un altro termine?) che si respirava in teatro.

Immagina la scena: il teatro era pieno a metà di studenti, eccitatissimi.

Quando è entrato il direttore d’orchestra (un gran bel direttore d’orchestra!) non c’era verso di spegnere il brusio che correva da una galleria all’altra: si respirava l’emozione del pubblico!

Non appena le tende rosse del sipario hanno cominciato a scivolare lentamente di lato, però, ecco il silenzio.

I cantanti erano Lì, a pochi metri da noi, su quel palco, cantando e recitando Per Noi. Ci stavano regalando tre ore fuori dal tempo e dallo spazio. Pensavo che in quel momento non eravamo poi molto diversi dai viennesi settecenteschi che andavano all’opera. Chissà cosa sentirono loro...

Io penso che questa emozione del teatro vissuto tutti assieme, in cui si scoppia a ridere tutti assieme e tutti assieme si trattiene il respiro, sia una manna: migliora l’umore, riconcilia con il genere umano, fa divertire e una moltitudine di altre cose.

 Ecco, se ne hai occasione, vai "all'Opera"!

Non è vero che è una cosa da vecchi: ieri sera era pieno di ragazzi. Ce li ha portati la scuola, vero, ma si sono spellati le mani al momento degli applausi e strillavano “Braaavoooo!” come loggionisti navigati. Io credo che orchestrali e cantanti siano andati a cena felici!

E anche noi!

 

Un bacio

fughetta

postato da: fughetta alle ore 22:59 | Link | commenti (1)
venerdì, 23 novembre 2007

Cara Amelia,
la tua mamma mi ha invitato a scrivere qualcosa per te. Ti devo però confessare che, benché io stessa madre, questa cosa di dispensare consigli o insegnamenti di vita mi mette addosso un disagio, perché davvero non so se sarò all'altezza di poterne dare.
Quello che posso sicuramente fare è promettere anche a te, come ho già fatto con la mia Agnese, di fare questo lungo percorso, nei limiti del possibile, a fianco a te, mano nella mano, e affrontare ogni volta le cose insieme.
La tua mamma, che è persona saggia, ha però messo nella lista delle cose da scrivere in questo blog, anche la voce "ricette". E questo mi piace molto. Da bambina ricordo che adoravo quando mia madre cominciava a tirare fuori la farina, le uova e il burro per fare una torta, e mio fratello ed io stavamo intorno al tavolo a guardarla e ad aspettare per poter "ripulire" il recipiente con l'impasto crudo, che è buonissimo anche così!
Non vedo l'ora di poter ricreare lo stesso clima di gioco e di amore con la mia bambina, e insegnarle che cucinare qualcosa per qualcuno è soprattutto un atto di cura e di amore per gli altri.
E se anche la tua mamma volesse cucinare un dolce insieme a te, posto qui una ricetta facile facile della torta di mele, sperando che vi faccia piacere.
Con affetto
Paola

Ingredienti:

2 uova, 8 cucchiai di zucchero, 10 cucchiai di farina, 1 hg di burro, 4 mele, 1 bustina di lievito vanigliato.

Preparazione:

In una ciotola sbattere le uova con lo zucchero, quando sono montate ben bene aggiungere la farina setacciata, il burro, sciolto precedentemente a bagnomaria, quindi il lievito e per ultime le mele, precedentemente sbucciate e tagliate a dadini. Versare l'impasto in una teglia imburrata e spolverata di farina, e infornare a 180° per 3/4 d'ora.

postato da: pulc3tta alle ore 11:59 | Link | commenti (3)